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La Gazzetta del
Delta |
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Il
tiro con l’arco e l’arte del maneggio della spada Gli inizi dell’era Zen si situano verso la metà
del XII secolo, quando i lunghi secoli della pace Heian giunsero al
termine. L’aristocrazia giapponese si serve della persuasione
diplomatica con tanta abilità che Heian fu l’unica capitale del
mondo medievale priva di fortificazioni. Qualora il ricorso alla forza
fosse inevitabile la classe dominante ne delegava le responsabilità a
due forti clan militari, i Taira e i Minamoto. I Taira si occupavano
delle province occidentali e centrali che facevano capo a Kyoto,
mentre i Minamoto dominavano le province della frontiera orientale, le
regioni dove un giorno sarebbe sorta la guerresca capitale di Kamakura.
Il tramonto effettivo dell’antico regime ebbe inizio nel 1156 quando
scoppiò una disputa tra l’imperatore regnante e un sovrano che
aveva ceduto il trono, mentre contemporaneamente sorgevano divergenze
in senso all’aristocrazia circa la fedeltà all’uno o all’altro.
Entrambe le parti in causa si risolsero ai guerrieri per averne
l’appoggio: il risultato fu una faida tra i Taira e i Manamoto che
culminò in una guerra civile, la guerra Gempei che durò cinque anni,
concludendosi con la vittoria dei Minamoto. Un capo appartenente a
questo clan, Minamoto Yoritomo, si insediò alla testa di uno stato
unificato e di un governo il cui potere era incontrastato. Yoritomo
coniò per se stesso il titolo di Shògun trasferendo la sede del
governo da Kyoto al suo quartiere generale militare di Kamakura e
iniziò a gettare le fondamenta di quello che, per quasi 700 anni,
sarebbe stato ininterrotto predominio della casta dei guerrieri:
divennero noti col nome di samurai,
e il maneggio delle spade che impugnavano obbediva ai principi dello
Zen. Tra questi guerrieri che si rifacevano allo Zen, la frugalità
era tenuta in grandissimo conto, mentre assai disprezzante erano le
mollezze della vita di aristocratici e mercanti. Yoritomo era al
culmine del suo potere quando morì accidentalmente in seguito ad una
caduta da cavallo. Si creò così un vuoto di potere che venne colmato
dai suoi parenti acquisiti del clan Hòyò, che governò il Giappone
per oltre un secolo, nel corso del quale lo Zen divenne la religione
più influente del paese contribuendo al salvataggio del Giappone da
quella che fu, forse, la massima minaccia alla sua sopravvivenza, i
tentativi di invasione di Kublai Klan, a capo degli eserciti mongoli.
Durante il secolo di pace interna trascorso tra la guerra Gempei ed il
tentativo di invasione mongola, i guerrieri giapponesi non si erano
curati di coltivare le proprie capacità belliche; per porre rimedio a
questa deficienza i monaci Zen, che fungevano da consiglieri degli Hòyò,
pretesero che l’addestramento militare, particolarmente l’arte del
tiro con l’arco ed il maneggio della spada, venissero formalizzati
servendosi delle tecniche di disciplina Zen. I simboli del samurai Zen
erano la spada e l’arco. In particolare, la prima identificava con i
più nobili impulsi del singolo: la spada di un samurai era ritenuta
animata da un suo spirito individuale, e se accadeva che il samurai
subisse una sconfitta sul campo di battaglia, poteva recarsi ad un
santuario e pregare che lo spirito rientrasse nella spada. La reazione
istintiva è la chiave del maneggio Zen della spada. Il guerriero Zen
non elabora per via logica le proprie mosse: il suo
organismo agisce senza far ricorso alla programmazione
razionale, ciò che gli conferisce un inestimabile vantaggio su un
avversario che debba riflettere sulle proprie azioni e quindi tradurre
le conclusioni razionali in movimenti del braccio e della spada. A
questa tecnica i guerrieri Zen aggiungono un altro elemento
d’importanza vitale: la totale identificazione del guerriero con la
propria arma. Il senso del dualismo uomo acciaio è cancellato
dall’addestramento Zen; il samurai non ha mai impressione che il suo
braccio regga una spada poiché la stessa, il suo braccio, il corpo e
la mente divengono tutt’uno. I metodi elaborati dai maestri Zen per
insegnare l’arte del tiro con l’arco differiscono da quelli usati
nel caso della spada. Mentre il maneggio di questa richiede che uomo e
arma divengano tutt’uno, l’uso dell’arco e della freccia
richiede che l’uomo si distacchi completamente dall’arma per
concentrarsi unicamente sul bersaglio. La prima lezione Zen di tiro
all’arco consiste nel controllare il respiro, ciò che richiede
tecniche che si imparano con la meditazione. Una respirazione adeguata
condiziona la mente dell’arciere esattamente come avviene nella
zazen; ed è essenziale per assicurare la tranquillità dello spirito
e la perfetta concentrazione. Soltanto una volta raggiunta la
padronanza del possente arco, l’arciere si dedica al vero e proprio
tiro delle frecce (ma non, va sottolineato, al raggiungimento del
bersaglio). Anche in questo caso si fa ricorso al metodo della
respirazione, lo scopo essendo di far sì che la freccia venga
scoccata per intuizione spontanea, esattamente come il fendente dello
spadaccino. Accade così che le arti marziali del Giappone fossero le
prime a beneficiare dei precetti Zen, poiché non va dimenticato che
meditazione e combattimento sono affini, il quanto entrambi richiedono
una rigorosa autodisciplina e il superamento delle funzioni manifeste
della mente. Successivamente lo Zen sarebbe divenuto la religione
ufficiale dello stato e gli Shògun i suoi protettori particolari.
L’arco nipponico differisce dall’occidentale perché ha
l’impugnatura a circa un terzo della distanza dalla punta inferiore
anziché al centro tra le due punte. Ciò permette ad un arciere che
stia in piedi o inginocchiato di servirsi di un arco più lungo della
sua statura (quasi 2 metri e mezzo). La parte inferiore dell’arco e
proporzionata alle dimensioni umane, al contrario di quella superiore
che le trascende notevolmente. E’ composto di laminati di bambù
molto elastico e del duro legno di Rhus succedanea. Il cuore
dell’arco consiste in tre rettangoli di bambù racchiusi fra due
sezioni semilunate, del pari di bambù, che compongono il “ventre”
(vale a dire il lato concavo) e la “schiena” (vale a dire il lato
convesso). Il legno di Rhus succedanea è usato per riempire i margini
di questa stratificazione. L’eliminazione del centro morto
dell’arco costituito da tre strisce di bambù e da due di Rhus
succedanea, produce un insieme potente e leggero allo stesso tempo.
Anche le frecce sono di bambù, materiale che si presta idealmente
allo scopo, e si distinguono dalle occidentali perché più lunghe e
più leggere.
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