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La Gazzetta del
Delta |
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Il
teatro In Giappone ci sono quattro generi principali di
teatro tradizionale: il no,
il kyogen, il kabuki e il bunraku. Le
prime forme drammatiche giapponesi derivano dalle antiche
rappresentazioni liturgiche si tenevano periodicamente nelle festività
religiose. Alcune cerimonie erano note col nome di “kagura”
(divertimenti degli dei) e si sono perpetuate nel culto fino ai giorni
nostri. Ma col tempo la maggior parte di esse perse l’intimo valore
rituale, dette vita a spettacoli di contenuto profano e per lo più di
spunto giocoso o burlesco, mentre altre combinarono con generi di
spettacolo frattanto introdotti nel continente e che si ispiravano
alle rappresentazioni del culto buddista. Il “gigaku” e il “bugaku”,
dalle ricche e fantasmagoriche maschere, occupano fra questi il posto
di principale rilievo e risalgono ai secoli VII - VIII d.C. Di largo
favore godette poi il “sangaku”che nelle vivaci trasformazioni successive
giustificò il nuovo nome di “sarugaku”
(musica di scimmie) per il carattere giocoso ed acrobatico
progressivamente accentuato. Del pari di trasformò anche il “dengaku”
(musica dei campi) che alle ballate affiancò più tardi esibizioni
acrobatiche, giochi di prestigio e recitazioni d’argomento serio e
faceto. “Sarugaku” e “dengaku”
furono i generi che anticiparono direttamente la nascita del teatro
“no”.
Verso la metà del secolo XIV, i loro attori, attingendo agli elementi
corali e declamatori alle altre forme di spettacolo che si erano
frattanto diffuse, rinnovarono non solo i repertori ma le intere
esecuzioni trasformandole nei cosiddetti “sarugaku-no-no”, cioè i “sarugaku” e i “dengaku”
d’arte, che furono poi chiamati brevemente “no”.
NO La prima delle tre grandi forme del teatro classico
giapponese, quella che segnò il passaggio definitivo dalle
manifestazioni ritualistiche, prettamente pre-teatrali, al teatro vero
e proprio. Fu, infatti, il no che, fin dalla fine del sec. XIV, diede
vita ad una forma di spettacolo basata per la prima volta sulla
specifica e antitetica relazione tra scena e pubblico, inesistente nel
rito. Ma, proprio perché teatro in senso pieno, socialmente aperto,
esso si radicò su un suo passato e su suo presente fatti di folclore
e di credenze popolari che lo resero accessibile a qualsiasi tipo di
pubblico e gli diedero quella duttilità sociale che ne è una
caratteristica fondamentale. In questo modo si spiega la compresenza
nel no d’elementi shintoisti,
o meglio prebuddhisti, e buddisti fusi in modo inscindibile: evidenti
testimonianze della rielaborazione di tutto un substrato
liturgico-ritualistico, proprio del momento pre-teatrale, al servizio
della nuova concezione di spettacolo. I due grandi artefici di questa
prodigiosa sintesi furono Yuzaki Saburo Kiyotsugu, vero nome di Kan’ami
(1334-1385), e il figlio Yuzaki Towaka (detto pure Fujiwaka o
Fujiwakamaru), meglio conosciuto come Zeami Motokiyo o più
semplicemente Zeami (1363-1444). A Kan’ami va riconosciuto il merito
d’aver saputo felicemente fondere i diversi stili del sarugaku con
stile del dengaku dando vita ad una forma nuova di spettacolo; a Zeami
deve essere ascritto quello d’aver disegnato e codificato in modo
concreto e definitivo le strutture essenziali, le linee-forza da cui
la forma inventata dal padre si componeva, arricchendole di
riflessioni, d’intuizioni e di segreti tecnici affatto personali.
Entrambi furono uomini di teatro nel senso più completo del termine:
autori, attori, scenografi, coreografi e registi a un tempo. Per Zeami
ogni rappresentazione doveva coincidere con l’idea di un fiore (hana)
meraviglioso e unico, che va mutandosi e consumandosi sotto gli occhi
di chi lo guarda, ma che non si riproduce mai in modo perfettamente
identico ed è sensibilissimo a qualunque cambiamento d’ambiente.
Questo fiore si distingueva per le sue intrinseche qualità e per il
modo nel quale andava coltivato e colto: il fascino accattivante, la
grazia recondita e un po’ misteriosa che emana da ogni creazione
della natura (yugen);
l’interesse misto a gioia connesso con questa fioritura spontanea e
singolare, ma allo stesso tempo effimera; la rappresentazione della
realtà, spogliata dei veli dell’apparenza, quindi una surrealtà (monomane);
i trucchi scenici che insegnavano all’attore come divenire veramente
padrone d’arte segreta che tende a generare lo stupore nello
spettatore (hiden); da ultimo, il principio dell’armonia e della
perfetta consonanza, che suggerisce di fare una sola persona delle due
figure dell’autore e dell’attore ed è responsabile dell’unicità
dell’azione teatrale (soo); il tutto inserito in una cornice scenica
estremamente sobria, addirittura scarna, dove linguaggio verbale, linguaggio musicale e linguaggio gestuale
sono fusi insieme con mirabile equilibrio. Questi i tratti di quel
cammino (do) che conduce al fiore e che per Zeami caratterizzavano il
no nel suo complesso. Un impianto teatrale tanto duttile precedeva,
però dei discendenti che fossero all’altezza del codificatore, i
quali tenessero aggiornata la sua lezione con quella sensibilità e
apertura ch’egli aveva dimostrato. Invece i grandi continuatori non
vennero, il solo degno di menzione, anche se molto meno dotato del
maestro, fu Konparu Zenchiku (1405-1468), ma non impedì che il no subisse nel corso dei secoli un progressivo
processo d’invecchiamento anziché di svecchiamento. Inoltre, il
coercitivo ed esclusivo mecenatismo feudale ne condizionò il
repertorio e l’azione drammatica divenuti classici: la funzione
sociale scomparve, o meglio, si trasformò; il popolo cessò
d’essere effettivo protagonista dell’evento teatrale perché
veniva ammesso solo alle rare rappresentazioni in onore di qualche
tempio o per celebrare qualche ricorrenza. In sostanza, il no conobbe
una fase di vitalità feconda anche drammaturgia che non durò più di
un secolo e sotto i Tokugawa ( 1600-1868) venne fruito con un
compiacimento estetizzante ed erudito, tanto che i tempi di regia si
fecero sempre più lunghi e ricercati sino a raggiungere le forme
nelle quali il no
è oggi conosciuto e che sono ben diverse da quelle originali. Il
repertorio e la struttura del dramma attuale è costituito da 253
drammi (yokyoku), dei quali quasi la metà è opera di Zeami. Gli
altri sono, a parte qualche eccezione, di Kan’ami, di Motomasa,
figlio di Zeami (morto nel 1432), di Konparu Zenchiku, di Kanze
Motoshige On’ami (1398-1467), nipote di Zeami, di Kanze Kojiro
Nobumitsu (1435-1516) e di Kanze Yajiro Nobutomo (1490-1514),
rispettivamente figlio e nipote di On’ami. L’enumerazione dei
principali drammaturghi sottolinea la brevità dell’arco produttivo
del no dove campeggia Zeami. Questi drammi o, forse più
propriamente, monodrammi poiché s’incentrano tutti intorno ad un
solo individuo protagonista, lo shite,
si dividono in due grandi categorie: no di sogno (mugen
no)
e no della vita presente (gennai
no).
In entrambi le categorie, i drammi seguono un’identica struttura di
base in dieci momenti (dan). Ma i no di sogno hanno uno sviluppo narrativo
tipico che ne permette la scissione in due parti: no di sogno (mugen
no).
1.
La prima parte (mae ba)
si compone di cinque momenti: ·
Entrata di un viaggiatore (waki), solitamente un pellegrino diretto verso
un luogo connesso con un avvenimento che la leggenda ha reso famoso; ·
Entrata di un abitante del luogo (shite) che s’accosta al pellegrino
giunto alla meta; ·
Colloquio tra i due, in cui il pellegrino chiede all’indigeno di
narrargli la storia connessa con quel luogo; ·
Racconto della storia da parte dell’indigeno; ·
Rivelazione della vera identità dell’indigeno alla fine del racconto,
che è quella del protagonista del fatto, e sua scomparsa dalla scena
lasciando solo il pellegrino.
Così termina la prima parte. 2.
La seconda parte (nochi ba)
consta d’altri 5 momenti: ·
Attesa del pellegrino; ·
Apparizione del protagonista (nochjite), che precedentemente aveva
sostenuto la parte dell’indigeno, nella vicenda narrata prima; ·
Colloquio con il pellegrino; ·
Rievocazione, con un particolare linguaggio gestuale, dell’episodio
saliente della personale avventura terrena da parte del protagonista e
sua scomparsa; ·
Risveglio del pellegrino che s’accorge d’aver sognato tutto.
L’interruzione naturale che separa
la prima dalla
seconda parte,
è detta ai e può
talvolta essere riempita
dal kyogen che, in linguaggio
molto semplice,
riassume
quanto è accaduto.
Oltre a questa prima grossa classificazione ve n’è
un’altra dove i drammi sono raggruppati in cinque diverse tipologie
che indicavano la disposizione dei no nell’arco di una giornata ideale. Accanto ai già
citati ruoli dello shite
(protagonista)
e dello waki (comprimario)
va menzionato quello del coro (ji),
la cui funzione non è tanto quella di commentare l’azione scenica,
ma di esprimere ciò che lo shite o lo waki dovrebbero dire. La scena
architettonicamente assomiglia in qualche modo allo spaccato di un
edificio: quadrata e sovrastata da un tetto, ha sul fondo un vasto
pannello su cui è dipinto il caratteristico pino ed è connessa con
le quinte per mezzo dello hashigakari
(ponte) fiancheggiato da tre pini. Il compito di riproporre il
repertorio del no
è affidato ancor oggi al complesso delle shizaichiryu,
ossia le quattro compagnie, Hosho, Kanze, Kongo e Konparu insieme alla
scuola Kita. Kabuki Il
Kabuki è una delle grandi forme del teatro giapponese è la
sola che dalle sue origini a oggi abbia dimostrato di volersi adattare
all’evoluzione della società. Per tale ragione si preferisce
parlare del kabuki
come di un teatro popolare anziché di teatro classico in senso
stretto. La sua storia avrebbe avuto inizio a Kyoto al principio del
sec. XVII e sembra essere connessa col nome della danzatrice Izumo no
Okuni, la quale avrebbe dato origine a un nuovo tipo di spettacolo
costituito da danze-pantomime, eseguite da sole donne. Era l’onna
kabuki (kabuki
delle donne) che immediatamente si diffuse a Osaka ed Edo, ma che nel
1629 fu soppresso sotto l’accusa di incitamento alla prostituzione.
Le donne furono sostituite con ragazzi molto giovani: era lo wakashu
kabuki (kabuki
dei ragazzi), che fu causa di un nuovo scandalo e di una nuova
proibizione nel 1652 per istigazione all’omosessualità.
Intervennero allora efficacemente alcuni gruppi no
e kyogen
in rottura con l’ormai irrimediabile aristocraticizzazione
delle due forme. Si rappresentarono spettacoli meno scabrosi,
dove i ruoli femminili furono affidati a uomini: lo yaro-kabuki
(kabuki degli uomini) dal quale derivò una gamma vastissima di
tipologie, di schemi di comportamento marcati individualmente dal
make-up in modo inequivocabile. Ben presto il kabuki
(originariamente forma nominale del verbo Kabuku, far cose
stravaganti) venne a significare, per un certo gioco di omofonie, arte
della danza e del canto. I gusti e le tendenze culturali che
differenziano il tessuto sociale di Osaka da quello di Edo diedero
luogo alla formazione di due stili e di due tecniche distinti: lo wagoto,
aderente ai reali problemi umani nei quali si dibatteva l’ambiente
borghese di Osaka, e l’aragoto, che
trasponeva sulle scene di Edo un variegato mondo mitico-erotico,
retoricamente fittizio, adatto all’èlite burocratica e bacchettona
in cui la città era sede. Emersero intanto i primi grossi nomi
d’attori, ma la mancanza di un valido drammaturgo, dopo la totale e
irreversibile conversione di Chikamatsu al ningyo
joruri (teatro dei burattini) e la chiusura di uno dei
quattro teatri di Edo nel 1714, furono i due fattori determinanti di
una lunga stasi dalla quale il Kabuki
si risollevò solo dopo la seconda metà del sec. XVIII, con la felice
inserzione nel repertorio dei lavori dello stesso Chikamatsu per i
burattini. I sewamono (drammi
sociali) e i jidaimono
(drammi storici) che costituiscono le due sfere d’interesse, i due
filoni della nuova drammaturgia, assorbirono e completarono i due
schemi dello wagoto
e dell’aragoto
provvedendoli finalmente di un contenuto. Nel frattempo anche la scena
era andata gradatamente emancipandosi da quella del
no di cui era la copia esatta agli inizi e appariva
profondamente trasformata, ampliata e con una fisionomia tipica vicina
a quella attuale. Tra tutte le invenzioni scenotecniche introdotte a
cominciare dal sec. XVII due furono le più significative: lo hanamichi
(sentimento dei fiori), segno caratteristico del kabuki, vera
appendice del palcoscenico che, unendo le quinte alla scena passando
attraverso la platea, funge da agibile braccio-scenico per mezzo del
quale lo spettatore è posto in comunicazione diretta con l’attore;
poi nel 1758 il mawari-butai
(palcoscenico girevole), che nel 1847 fu munito di anello esterno, a
rotazione autonoma, per consentire ulteriori effetti scenici. Ma il kabuki mancava
ancora di una sua drammaturgia specifica, affrancata da ogni influsso
estraneo: fu Tsuruya Nanboku (1755-1829) ad iniziarla. Ad oscurare
l’apporto di Nanboku giunse Kawatake Mokuami (1816-1893), col quale
nacque il kizewamono
(puro dramma sociale), ulteriore sviluppo del sewamono. Nel 1870, dopo
l’apertura Meiji, anche per il kabuki
cominciò un graduale movimento di riforma attraverso il shinkabuki
nuovo kabuki. Kyogen Nel
teatro classico giapponese, è usato per connotare tre cose distinte:
l’intervallo, solitamente un monologo, tra la prima e la seconda
parte di un dramma no;
l’attore che del no
recita tale intervallo; una forma teatrale assolutamente indipendente
dal no,
ma che va vista congiuntamente al no
perché assieme a questo ha dato vita ad un unico, complesso modello
di teatro. Il kyogen del no, detto anche aikyogen
(significa appunto intervallo), è una narrazione affidata
all’attore omonimo, privo di maschera, e intesa essenzialmente a
ricapitolare, a riassumere la trama di un no
in una lingua più semplice, corrente e accessibile anche ad un
pubblico non molto colto. Il kyogen
è globalmente
assimilabile alla commedia di costume, proponendo una critica sociale
che si sostanzia in opere di volta in volta ironiche, satiriche,
grottesche tragicomiche, ma anche commoventi e poetiche. Sorto, come
il no,
nel sec. XIV dalla commistione delle diverse manifestazioni
preteatriche, specialmente quelle del “dengaku”
e del “sarugaku”,
il “kyogen”segnava
con il no
il passaggio definitivo dal preteatro al teatro in senso proprio. In
questi ultimi anni s’è costituito il Gruppo del neo-kyogen (shisaku
kyogen no kai)
che, attorno all’autorevole figura di Okura Yataro (attuale
capostipite della scuola Okura, assieme alla Izumi una delle due
uniche scuole oggi esistenti), sta cercando di svecchiare il kyogen
arricchendone il repertorio con lavori moderni giapponesi e
occidentali. Bunraku Denominazione
moderna del teatro giapponese dei burattini. Il nome antico, joruri,
deriva dal titolo di un poema cavalleresco che veniva recitato dai
cantastorie girovaghi del sec. XV (mekura-hoshi). Il bunraku
si sviluppò nel corso del sec. XVI per opera di alcune scuole di
declamatori (katari-te) che
combinarono insieme il recitativo joruri
con l’accompagnamento dello shamisen
(chitarra giapponese a tre corde) e con lo spettacolo dei burattini (ayatsuri-ningyo). Tale genere di spettacolo, che ebbe la sua prima
origine a Kyoto, riscosse poi largo successo fra gli strati popolari
di Osaka e di Edo (odierna Tokyo).
All’inizio si trattava per lo più d’opere che traevano
spunto dalla novellistica (otogi-zoshi) e dall’epica popolaresca, ma, verso la fine del
sec. XVII, Takemoto Gidayu (1651-1714), fondatore del teatro
Takemoto-za di Osaka, fece assurgere di bunraku
ad un alto livello artistico e letterario, grazie alla collaborazione
del grande drammaturgo giapponese Chikamatsu Monzaemon (1653-1724) che
scrisse per il bunraku più di
un centinaio d’opere, traendo sovente ispirazione dalla tormentata
realtà sociale della sua epoca. Nel corso del sec. XVIII il bunraku venne
ulteriormente perfezionato sul piano tecnico mediante l’elaborazione
di una serie di espedienti scenici e di una raffinatissima tecnica di
azionamento dei burattini, manovrati da tre burattinai che compaiono
sulla scena incappucciati e vestiti di nero; essi riescono a sfruttare
al massimo le capacità espressive dei burattini (alti da 100 a 120
cm.), che muovono gli occhi, la bocca, le sopracciglia e le dita.
L’azione drammatica è sostenuta e sottolineata con grande efficacia
espressiva dalla concitata declamazione del katari-te
e del sapiente accompagnamento dello shamisen.
Sul finire del sec. XVIII il bunraku
ebbe un altro grande scrittore in Takeda Izumo (1691-1756), ma dovette
cedere infine di fronte alla crescente popolarità del teatro kabuki.
Oggi giorno, molte opere che erano state scritte inizialmente per il bunraku
vengono
rappresentate sulla scena da attori del teatro kabuki. La
rinascita moderna del bunraku
ebbe inizio nel periodo Meiji (1867-1912), che vide la creazione di
alcuni teatri, come il Bunraku-za di Osaka, da cui proviene il nome
moderno del teatro giapponese dei burattini. Nel dopo guerra si è
avuto in Giappone un risveglio d’interesse per il teatro bunraku e
nel 1957 è stato creato da Osaka un teatro bunraku, l’Asahi-za. |
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La redazione “La Gazzetta del Delta” di Aldo Borgato . e-mail aldo.borgato@libero.it . hosting by paesi.com . Visite n. 53272 |